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COMUNICATO STAMPA |
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Trento, 4 giugno 2006 |
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Dialogo tra Carlo Borzaga e Giorgio Ruffolo |
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IMPRESA NON PROFIT TRA STATO E MERCATO |
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Qual il ruolo dellimpresa sociale nel sistema economico del paese? Unisola felice, un modello alternativo o una realt che si integra armonicamente nella logica del mercato? E quali le sue prospettive? |
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Il settore del non profit regola una realt variegata – associazionismo, cooperazione, volontariato - che pu essere identificata in un elemento comune: lassenza di fini di lucro. Questa realt ha bisogno di riconoscersi in una misura non antitetica con gli altri due protagonisti della scena economica: lo Stato e il mercato ha esordito Giorgio Ruffolo, fondatore e presidente del Centro Europa Ricerche, nella conferenza tenutasi questo pomeriggio, nella Sala Fondazione Caritro di Palazzo Calepini. Lincontro, ha assunto la forma del dialogo con un altro autorevole esperto in materia, Carlo Borzaga, preside della Facolt di Economia dellUniversit di Trento (considerato filosofo del terzo settore), stato moderato da Gianfranco Fabi, vicedirettore vicario del Sole-24 ore. Questo sistema – ha proseguito Ruffolo – si sta muovendo in una direzione cooperativa estremamente ricca (da qui lidea di definirlo settore), che viene spesso riduttivamente identificata solo nel volontariato. Si distingue essenzialmente per due caratteristiche: non ha scopi di lucro ed in fieri (il suo fascino dipende dal fatto che sta crescendo in tutto il mondo). Questa evoluzione ricorda quella vissuta dal mercato negli ultimi secoli. Il mercato ha per un limite – conclude Ruffolo - quello di aver compromesso le relazioni informali (comprese quelle cooperative) e la spiritualit della societ a beneficio del paradigma del profitto. Davanti alle oltre 100 persone assiepate nella Sala Fondazione Caritro, Gianfranco Fabi sollecita Carlo Borzaga con una domanda che va direttamente al nocciolo della questione: Quale scenario normativo esiste attualmente in Italia? Il nostro paese ha adottato la strumentazione necessaria e le politiche adeguate allo sviluppo di questo settore? Il preside non risponde subito allinterrogativo di Fabi, ma rivolge innanzitutto un riconoscimento al collega Giorgio Ruffolo per essere stato il primo in Italia ad aver avviato, negli anni Ottanta, un dibattito sul settore non profit quando ancora non era un tema di ricerca, nonostante adottasse gi da tempo forme organizzative sistematiche – e prosegue – il terzo settore non omogeneo e include diversi ruoli: funzioni partecipative e redistributive, raccolta di fondi per la ricerca scientifica, servizi sociali. Oltre a questi ultimi, si diffusa nellultimo decennio in Italia (unico paese in Europa) una nuova forma organizzativa: limpresa sociale. Per rispondere alla domanda di Fabi – continua Borzaga – devo dichiarare che, a tuttoggi, lItalia non ha ancora una normativa sul terzo settore, ma ne possiede una molto avanzata sullimprenditorialit sociale. Essa una vera e propria impresa: ha una personalit giuridica, produce in modo stabile e continuativo beni e servizi e i proprietari assumono il rischio dimpresa. I due elementi peculiari che la distinguono dalle altre di non avere lobiettivo del profitto, ma quello del prodotto, e di aspirare alla soddisfazione dei beneficiari. Ha inoltre una governance molto democratica, dove non di rado partecipano pi portatori di interesse e i volontari stessi. Per ci che riguarda la sua normativa – commenta il preside della Facolt di Economia – fondamentale dire che nel 1991, con la legge 381, il Parlamento ha riconosciuto e istituzionalizzato la forma cooperativa, vincolandola a perseguire linteresse dei suoi soci e della collettivit e ad adottare solo 2 forme organizzative: una dedicata allofferta di servizi sociali e una allinserimento dei lavoratori socialmente svantaggiati. Negli anni Novanta ha conosciuto una crescita formidabile ed ora conta oltre 7.000 cooperative con 200.000 occupati, 30.000 volontari, 2,5 milioni di utenti e 4,5 miliardi di fatturato. Nel 2005, la svolta – annuncia Borzaga – finalmente con la legge delega 118 si permette alle imprese sociali di operare in un numero di settori molto pi ampio, utilizzando qualsiasi tipologia organizzativa: associazione, fondazione, s.r.l. e s.p.a. La gran parte di queste imprese si confronta nel mercato della Pubblica Amministrazione perch la loro attivit di interesse collettivo, ma anche nel mercato privato (ad esempio la cooperazione si sta impegnando nella costituzione di asili privati). Lorganizzazione del terzo settore rimanda inevitabilmente al tema del welfare e del sostanziale fallimento della realt italiana – riprende Giorgio Ruffolo. Non possibile negare il fallimento dello Stato e del mercato nel gestire questo tipo di servizi sociali. Il terzo settore si distingue dalle altre imprese perch si sottrae a regole di competitivit e autorit e risponde a bisogni sociali sempre pi urgenti e necessari – quali la scuola, la sanit, la sicurezza, la previdenza. I costi sociali sono in forte crescita e non possono essere compensati dallaumento della produttivit e, inoltre, sono penalizzati dalla resistenza a finanziare questo genere di bisogni ( indubbio che la gente non ama pagare tasse per questo genere di necessit). Questa contraddizione – ha infine dichiarato Ruffolo - pu essere superata affidando ai cittadini lorganizzazione dei servizi, nellambito del non profit, e diffondendo uneducazione civica tra la collettivit. Nella conclusione dellincontro, grazie anche alle numerose domande poste dagli spettatori, emerso che sostanzialmente i due relatori hanno una visione comune sul non profit e, in particolare, sul bisogno di sensibilizzare la cittadinanza per garantire nel prossimo futuro i servizi sociali indispensabili alla crescita della comunit nazionale. |